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Storia della riflessologia

Le origini della riflessologia sono antichissime ed è corretto pensare che già più di cinquemila anni fa fosse praticata, Egitto, in India, in Cina, in Perù e in altre parti del mondo, così come accadeva per esempio in America del Nord, tra le tribù di pellerossa, che hanno utilizzato da sempre questo tipo di trattamento abbinato all’uso delle piante.

Il primo reperto storico disponibile e’ un dipinto murale, rinvenuto per l’appunto in Egitto, nella famosa piramide di Saqquara. In questo affresco, risalente al 2330 avanti Cristo, sono raffigurati due operatori riflessologi mentre eseguono un trattamento su piedi e mani.

(Fig.1 riproduzione del dipinto murale della piramide di Saqquara)

Solo agli inizi del 1900 però, grazie all’intuito dell’otorinolaringoiatra William Fitzgerald, precursore della moderna riflessologia, viene stampata la prima mappa riguardante le zone riflesse. Questa cartografia, che suddivide l’uomo in dieci zone verticali, veniva utilizzata dallo stesso Fitzgerald e da i suoi allievi sopratutto per reperire quei punti che potessero avere un forte effetto analgesico, con il quale si riusciva addirittura a sostituire quello ottenuto con la somministrazione di cocaina, che in quel periodo veniva usata come anestetico per piccoli interventi. Il metodo si diffuse a macchia d’olio ottenendo vastissimi consensi, grazie anche a numerosi corsi tenuti dal medico americano e ad un libro scritto dallo stesso, in collaborazione con il dentista Bower, dal titolo “terapia zonale”.

E’ a questo punto che nel panorama della riflessologia emerge un altro personaggio di primissimo piano, la massaggiatrice Eunice Ingham, anch’essa americana. La Ingham, dopo una lunga esperienza, rielaborò la mappa di Fitzgerald e le tecniche di stimolazione, perfezionando ulteriormente il metodo zonale e concentrandosi principalmente sulle zone riflesse del piede. Il nuovo metodo venne chiamato “Metodo Ingham di massaggio con compressione”, che venne descritto in un libro pubblicato nel 1938, dal titolo “storie che il piede potrebbe raccontare”. La massaggiatrice americana, stimolata dall’enorme successo che ebbe il suo volume, fondò una scuola di riflessologia, che attirò numerosi allievi anche dall’Europa, e che a loro volta divulgarono il suo metodo.

Ci furono in particolare tre allieve che diedero un forte e nuovo impulso alla riflessologia, riuscendo ad aumentarne ulteriormente la sua popolarita’; furono l’americana Mildred Carter, che si dedicò principalmente allo studio delle zone riflesse della mano, l’inglese Doreen E. Bayly, che in Inghilterra fondò una scuola ancora oggi esistente, e soprattutto la tedesca Hanne Marquardt, che dopo aver lavorato insieme alla Ingham dal 1958 al 1967, torno’ in Germania creando a sua volta un istituto di formazione per operatori riflessologi. A lei si deve il merito di aver perfezionato e resa più precisa la cartografia delle zone riflesse del piede, inserendo nuove corrispondenze di punti e zone. Infatti, la mappa della Marquardt e’ tutt’oggi quella maggiormente diffusa ed utilizzata nel mondo, magari con piccole differenze rispetto all’originale, nate da ulteriori studi effettuati in nazionalità diverse, Italia compresa. E’ grazie al lavoro pionieristico di queste persone e per merito di tanti altri ricercatori, che oggi e’ stato possibile identificare nuove reti di riflessi, ulteriori punti e zone di trattamento situate in varie parti del corpo, e che hanno permesso alla riflessologia di acquisire una sempre maggiore efficacia riguardo il ripristino ed il mantenimento di un ottimale stato di benessere psicofisico.

La ricerca e la sperimentazione però non si sono fermate, anzi continuano a pieno ritmo per merito del lavoro paziente di operatori e studiosi appassionati che dedicano il loro tempo e le loro energie per ampliare sempre più le già meravigliose possibilità offerte da questa tecnica straordinaria che e’ la riflessologia, e soprattutto per capire sempre meglio tutte le potenzialità di recupero e di autoguarigione di quella che e’ la meraviglia più grande di tutte, l’Uomo.

Duccio Ruggeri

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